Un rock contaminato, una voce inconfondibile e una vera filosofia dell’essere. Nei testi un gioco riprodotto all’infinito e una ricerca progettuale che cammina da sé su di un volto profondo e un sorriso aperto. Con “Canzoni fatte a giro” parliamo di Silvio Talamo, cantautore partenopeo tra i più interessanti del panorama contemporaneo che del rumore e di un rinnovato metalinguaggio ha fatto una sua linea di identificazione artistica anche se non ama essere definito in alcun modo. Ma intanto, ed in forma piuttosto elitaria parla molto di sé e di ciò che significa il suo vivere in musica ma sempre in compagnia della sua metà espressiva, un’irriducibile loop-station.
Silvio nella composizione d’autore che significato ha la tua esigenza di riprodurre suoni?
“ Innanzitutto significa creatività ed improvvisazione poiché quando prendo una nota e sulla stessa ne ricavo una riproduzione modificata ci canto su moltiplicando all’infinito la struttura musicale ed ogni volta è come se la sua stessa esecuzione cambiasse proprio nella linea espressiva”.
Parlando di sonorità e sperimentazione non è immediatamente palese la ricerca testuale che tu invece porti avanti con molta ricercatezza, in che modo crei questa sintesi?
“Ma, giocare con la voce e attraverso di essa è qualcosa di molto antico che va dai canti africani sino alle mille etniche sonorità anche del sud-italia ma quello che io porto avanti è un discorso che ruota soprattutto intorno alla suddivisione minimale dell’espressività che soltanto dopo vado ad addizionare come in un autentica ricerca di un nuovo messaggio”.
Nel tuo brano “Traffico” ad esempio, dove giochi proprio con la moltiplicazione del rumore schiacciante della nostra contemporaneità, qual è il tuo messaggio?
“E’ ciò che potrebbe essere riconosciuta un po’ come una mia tematica ricorrente e cioè l’accusa verso la supervorticosa proliferazione del senso che inevitabilmente genera uno svuotamento esistenziale nel mondo occidentale che allontana tutti sempre più dalla propria memoria storica”.
“Senza memoria” è un brano che parla di questo infatti..
“Si ma soprattutto nel senso che noi, figli della plastica, assistiamo alla distruzione quasi senza proferir parola ma per un’ ineluttabile legge naturale stiamo inconsapevolmente creando i presupposti per una rinascita”.
Visione ottimistica della vita, perché sei stato riconosciuto un po’ come filosofo del nuovo rock “underground”?
“Ottimismo o romantica predisposizione esistenziale io sono certo di poter vedere almeno una volta quel fantomatico “raggio verde” in quell’ infinitesimale attimo di congiunzione tra la fine e l’inizio. Per ciò che riguarda la filosofia poi probabilmente è dovuto al fatto che più volte ho tenuto laboratori di sperimentazione sulla parola musicata presso la Fed. II alla cattedra di Filosofia morale con il Prof. Giuseppe Ferraro. Sull’underground, al di là di qualunque possibile accostamento alla new-age che non prediligo, è solo il contatto con la terra che amo e non altro”.
Anna Stromillo









